Prezzo petrolio in calo per timori recessione USA

di Stefania Russo Commenta

I timori su una possibile recessione negli Stati Uniti, aggravati nel corso degli ultimi giorni dalla bocciatura arrivata da Standard & Poor's...

I timori su una possibile recessione negli Stati Uniti, aggravati nel corso degli ultimi giorni dalla bocciatura arrivata da Standard & Poor’s, hanno causato un netto ribasso del prezzo del greggio.

I future sul Brent scambiano infatti in tarda mattinata a 102,82 dollari al barile, ovvero in flessione dello 0,89%, in particolare il comparto petrolifero europeo è oggi uno dei peggiori, con un calo di oltre cinque punti percentuali. A Piazza Affari il titolo Eni registra una flessione del 2,45% a 12,74 euro, Tenaris registra un calo del 3,46% a 11,45 euro, mentre Saipem cede il 3,51% a 26,11 euro.


Il calo del prezzo del petrolio ha causato un incremento dei margini di raffinazione, l’aggiornamento settimanale dei margini di raffinazione benchmark ha infatti registrato un netto miglioramento a circa 1,4 dollari al barile. Sulla piazza milanese, tuttavia, registrano un calo sia il titolo Saras, che segna un -4,17% a 1,08 euro, sia il titolo Erg, che perde l’1,88% a 8,34 euro.

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L’andamento al ribasso del prezzo del petrolio causato dai timori su una possibile recessione degli Stati Uniti sono stati commentati dall’economista americano Jeremy Rifkin, che ha sottolineato come questa in atto sia una crisi del tutto prevedibile, a suo avviso l’unica soluzione possibile per contrastarla è smettere di vivere consumando le ricchezze del passato e tornare a produrre. Tra le cose più importanti c’è quella di cambiare le abitudini energetiche andando a diminuire progressivamente la dipendenza dal petrolio.

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Secondo Rifkin, inoltre, tra le principali cause di questa crisi figura la cattiva interpretazione del concetto di globalizzazione, vista come una nuova opportunità di consumo invece che di produzione. Per i paesi occidentali, infatti, la globalizzazione ha significato soprattutto poter comprare beni a basso costo dai paesi emergenti, andando così a creare un circolo vizioso che non consentirà mai di uscire dalla crisi.

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